Me ne vado al mare...il blog chiude per ferie, ci si rivede a settembre! Buone vacanze a tutti. Agur!
Mano sul cuore, please: quello che sentite è l'inno nazionale dei Paesi Baschi! (Se vi rompe i coglioni dopo la prima volta c'è l'apposita barra per farlo tacere).
E' risaputo che lo sport nazionale dei Paesi baschi, più del calcio e della famosa "pelota" (di cui, prima o poi, parlerò), è il ciclismo. Chiunque abbia seguito, anche in modo distratto, i tapponi pirenaici del Tour de France, avrà notato che il pubblico era composto in larga maggioranza da persone vestite di arancione che sventolavano allegramente le loro ikurriñas; erano ovviamente tifosi baschi, giunti sui Pirenei per sostenere l'Euskaltel-Euskadi. Questa squadra ciclistica, nata nel 1994, ripropone in toto la filosofia sportiva dell'Athletic Club Bilbao, schierando tra i proprio ranghi solo gli atleti nati nelle province di Euskal Herria. Inizialmente, l'Euskaltel è solo una piccola compagine di livello poco più che amatoriale, poi, nel 1997, il presidente Miguel Madariaga riesce a siglare un accordo di sponsorizzazione con la società telefonica basca (l'Euskaltel, appunto) che garantisce alla squadra grandi risorse finanziare e possibilità di creare un vivaio in grado di sfornare futuri campioni. I primi risultati arrivano nel 1999 grazie al primo fuoriclasse arancione, Joseba Beloki, e ad alcuni forti corridori come Unai Etxebarria e Roberto Laiseka; il 2001 vede emergere alla grande l'attuale capitano, Iban Mayo, che si aggiudica il Midi Libre, la Classica delle Alpi e una tappa al Giro del Delfinato. Nel 2003 la definitiva consacrazione di Mayo: una tappa e sesto posto generale al Tour de France, due tappe al Delfinato, due tappe e primo posto al Giro dei Paesi baschi. Quest'anno Mayo, dopo un ottimo inizio e la vittoria al Giro delle Asturie, si è presentato al Tour come uno dei rivali di Armstrong; purtroppo per lui (e per le migliaia di tifosi dell'Euskaltel-Euskadi) la crisi nell'ultima tappa pirenaica è stata fatale. In ogni caso la squadra basca, pur non annoverando tra le sue fila fuoriclasse assoluti (l'unico, forse, è proprio Mayo), resta un esempio per la generosità e lo spirito lottatore dei suoi corridori, gente tosta e capace di grandi imprese.
Galleria di glorie biancorosse: Gorostiza.
Se Rafael Moreno "Pichichi" rappresentò l'Athletic Club Bilbao negli anni pioneristici del calcio iberico, Guillermo Gorostiza fu il giocatore-simbolo della squadra nelle prime stagioni in cui venne disputata la Liga. Nato a Santurtzi, in Bizkaia, il 15 febbraio 1909, Gorostiza venne ingaggiato a 18 dall'Arenas, per poi passare nel 1928-29 al Racing de Ferrol. L'anno successivo firmò per l'Athletic, con il quale disputò e vinse da protagonista la seconda edizione della Liga (match di debutto: Athletic-Real Madrid 2-1 del 1-12-1929); in quella stagione Gorostiza fu pichichi con 19 reti in 18 partite, a cui si aggiunsero i 9 gol segnati in 10 gare di Coppa del Re, vinta anch'essa dal club bilbaino che realizzò così il primo doblete (accoppiata campionato-coppa) della sua storia. Fu l'inizio di un periodo straordinariamente ricco di successi: grazie alle reti di Unamuno e Gorostiza, che, da buon gentiluomo, non mancò mai un appuntamento con il gol, l'Athletic vinse tre campionati (1930-31, 1933-34 e 1935-36) e tre Coppe (1931, 1932 e 1933) nei successivi sei anni. Nel 1937, in piena guerra civile, anche Gorostiza girò il mondo con la rappresentativa dell'Euskadi, per poi tornare a giocare con la maglia biancorossa per due stagioni. Nel 1940-41 il calciatore biscaglino firmò per il Valencia, squadra che portò alla prima affermazione nella Liga l'anno successivo. Con i bianconeri, Gorostiza disputò sei stagioni, vincendo due campionati e una Coppa, poi, nel 1946-47, scese in Seconda Divisione per chiudere la carriera nel Barakaldo. Il buon Guillermo, però, non riuscì a stare troppo lontano dai campi di calcio, e così tornò a giocare per altre due stagioni, una nel Logro☺es (1948-49) e una nella Juvencia Trubia (1950-51); quindi, a 42 anni suonati, appese definitivamente le scarpe al chiodo. Morì a Bilbao il 23 agosto del 1966. Gorostiza, con 111 gol in 140 partite di campionato e 37 reti in 47 gare di Coppa con l'Athletic, ha davvero rappresentato il club biancorosso negli anni '30, come testimoniano le 8 vittorie complessive nelle due competizioni. Goleador raffinato e implacabile, che faceva della velocità la sua arma preferita, non riuscì a ripetersi con la maglia della selezione spagnola, con cui realizzò solo 2 reti in 19 partite; evidentemente, il suo cuore batteva unicamente per l'Athletic...

La diga di Itoiz: un Vajont basco?
A Itoiz, un piccolo paese a 30 km da Pamplona, si sta consumando uno dei peggiori crimini contro l'ambiente (e contro il popolo basco) degli ultimi 20 anni, la costruzione di un monumentale invaso, simile, per molti versi, alla famigerata diga del Vajont, che sta avendo conseguenze catastrofiche sul contesto naturale e sociale della zona. L’Invaso si riempirebbe sfruttando l’acqua dei fiumi Irati e Urrobi.La sua capacità sarà di 418 ettometri cubici,con una altezza del muro della diga di 135 metri e una larghezza di 35 Km, inondando 1100 ettari. Con il riempimento dell’Invaso, scompariranno nove villaggi delle valli di Artze, Longida e Irati, e saranno colpiti parzialmente altri sei. In questo modo verrà cancellato un patrimonio storico-artistico di incalcolabile valore, con tutte le sue tradizioni e forme di vita che hanno resistito fino ai nostri giorni basandosi sul rispetto della natura. L’Invaso di Itoiz inonderebbe tre zone considerate riserve naturali (Txintxurrenea, Gaztelu e Iñarbe), la zona di protezione circostante e due Z.E.P.A.S. (Zone Speciali di Protezione degli uccelli), creata dalla Comunità Economica Europea. Tale tutela dà idea della ricchezza naturale dell’ambiente (una zona di transizione tra Pirenei e Mediterraneo), e conseguentemente la necessità di proteggere le diverse specie animali in reale chiaro rischio di estinzione. Questo è il caso dell’ avvoltoio rapace (alimoche), dell’Aquila Reale, dell’avvoltoio lionato (buitre leonado), del gufo Reale, del topo muschiato dei Pirenei e delle Lontre (che già si sono estinte a causa dei lavori di costruzione della diga). Vi sono due motivazioni ufficiali alla presunta necessità di costruzione della diga: l'irrigazione della Bassa Navarra (studi di specialisti hanno confermato che quest'idea non è redditizia, bensì in perdita; gli stessi esperti hanno suggerito di arrestare i lavori) e la fornitura di acqua per la città di Pamplona, che in realtà è servita benissimo; inoltre, non esistono progetti su come canalizzare l'acqua verso Pamplona. In realtà, dunque, l'Invaso di Itoiz ha un altro, ben preciso, scopo: il trasporto dell’acqua dai Pirenei alle zone costiere del Mediterraneo, per mezzo di travasi, con l’intenzione di utilizzarla con fini speculativi, come l’uso turistico, campi di golf, ecc…, accentuando lo squilibrio territoriale, della popolazione ed ecologico, incompatibile con una politica minimamente razionale. L’Invaso di Itoiz risulta così essere un’opera chiave della politica faraonica e di sperpero, intrapresa già all’epoca di Franco e sostenuta dai governi successivi. Vale la pena ricordare che intorno al progetto, il cui preventivo iniziale era di 200 miliardi di vecchie lire, sono immediatamente cresciute speculazioni e corruzione, cha hanno fatto lievitare i costi fino a circa 400 miliardi. Come se non bastasse, il massimo responsabile della sicurezza dell’opera, Leoncio Castro, fu uno dei capi dei famigerati GAL; forse è per questo motivo che la diga è stata più volte riconosciuta instabile e pericolosa, tanto che il progetto tecnico dell’Invaso di Itoiz è stato annullato dall’Udienza Nazionale (del 29/9/95) e dal Tribunale Supremo (14/7/97). Nonostante questo, nessuna delle istanze giuridiche è stata capace di bloccare realmente l’opera.
Uno studio recente, realizzato da Antonio Casas, Docente Universitario di Geodinamica dell’Università di Saragozza, fa notare che il lato sinistro su cui poggia la diga principale, presenta gravi problemi di stabilità, a causa della natura geologica del terreno della montagna, che nel suddetto lato sinistro non è di roccia madre ma di sedimentazione detritica. L’innalzamento ed abbassamento delle acque potrebbe avere conseguenze catastrofiche, inoltre l’area è a rischio sismico: il minimo movimento tellurico potrebbe far slittare all’interno della diga fino a 3.000.000 di metri cubi di terra. Questi, oltre a causare la chiusura del condotto di sicurezza della diga, farebbero tracimare le acque come accadde nel 1963 nella località italiana di Vajont, causando la morte di 2.000 persone.
L'opposizione alla diga di Itoiz si è concretizzata con la nascita del Collettivo Solidari@s con Itoiz, che dal 1995 (i lavori iniziarono l'anno precedente) sceglie la strada dell'azione diretta non violenta per cercare di bloccare i lavori. Il 6 Aprile 1996 , otto membri di Solidari@s con Itoiz accompagnati da cinque giornalisti penetrarono nel recinto dei lavori. Due di essi, dopo aver bloccato la guardia giurata e requisita la sua arma per evitare pericoli, lo ammanettarono (questo durò approssimativamente cinque minuti), poi nascosero l’arma nel tetto della guardiola di vigilanza. Poco dopo gli altri sei membri, provvisti di seghe radiali, recisero i cavi. Questi cavi, lunghi 800 metri, servivano al trasporto del cemento armato necessario alla costruzione della diga. Erano pertanto vitali alla realizzazione dell’opera.Con quest’azione si interruppero i lavori per un anno. Come in tutte le azioni che il gruppo realizza una volta tagliati i cavi, gli otto membri rimasero sul posto fino all’arrivo delle Guardie di Sicurezza dei cantieri e della Guardia Civile. Furono ammanettati dietro la schiena e obbligati a sdraiarsi per terra, ricevendo selvagge bastonate per un’ora. A conseguenza di ciò gli otto membri riportarono numerose lesioni: rottura del timpano, lesione dei tendini delle gambe e contusioni in tutto il corpo. I membri del gruppo sono stati processati per sequestro di persona (la Guardia giurata ammanettata per meno di 5 minuti) e sono stati condannati a 4 anni e 10 mesi di reclusione a testa, oltre che al pagamento di 18 miliardi di lire di danni. Occorre ricordare che le pene per il sequestro di Segundo Marey (durato 10 giorni) furono identiche, e che in Euskal Herria gli arresti da parte dei diversi corpi di polizia (alcuni anche di molte ore) sono praticamente giornalieri e non costituiscono sopruso o delitto alcuno.
Prima della detenzione, gli autori del taglio dei cavi, così come altri membri del collettivo, hanno iniziato un giro europeo per far conoscere la lotta contro l’invaso di Itoiz. Il loro metodo è stato davvero originale: si sono calati dalla cima di alcuni famosissimi monumenti europei e non sono scesi prima di aver potuto comunicare ai media i motivi della loro azione. Gli spericolati contestatori-alpinisti si sono calati anche dal Cupolone di San Pietro, ma le autorità vaticane hanno "consigliato" di non parlare troppo della vicenda, per cui in Italia hanno parlato del caso solo gli organi d'informazione alternativi come Tmc (da cui ho preso tutte queste informazioni) e Indymedia.
Nonostante tutte le azioni del Collettivo, i lavori proseguono senza sosta. In questo momento, la diga principale è già conclusa, la strada di circonvallazione è stata recentemente inaugurata e i lavori per la realizzazione della seconda diga sono cominciati. Il 17 giugno 2003 è iniziato lo sgombero dei paesi di Itoiz e Aoiz.
Per maggiori informazioni: http://www.sindominio.net/sositoiz/

La diga di Itoiz.

L'azione diretta in San Pietro.

Il taglio dei cavi del 1996.
Da Ansa.it: PAMPLONA, 7 LUG - Il primo 'encierro' (la corsa con i tori) delle feste di San Fermin per le strade di Pamplona in Spagna ha causato tre feriti. I cinque tori dell'allevamento Torrestrella hanno fatto una corsa netta e rapida, di circa due minuti, sul percorso di 825 metri che conduce alle arene, seguiti da una folla di corridori vestiti con il tradizionale abito bianco e rosso. Dal 1911 gli 'encierros' hanno causato la morte di 14 persone. © ANSA
La corsa dei tori per le strade di Pamplona si chiama appunto Encierro, ed è senza ombra di dubbio un momento molto importante de La Fiesta de San Fermin, celebrato peraltro da Hemingway nel libro "Fiesta!". El Encierro si svolge tutte le mattine alle 8 su un percorso di circa 800 metri. Chiunque può partecipare alla corsa, basta presentarsi entro le 7.30 al punto di partenza. Il primo sparo che si sente alle 8 indica che il recinto in cui sono rinchiusi i tori è stato aperto, e il secondo sparo indica che tutti i tori sono usciti. Per la precisione a correre non sono solo tori: infatti oltre ai sei tori, vi sono anche dei manzi che hanno il compito di attirare i tori per la direzione giusta. Dopo il secondo sparo ci sono in media 4 minuti abbondanti di corsa, nei quali la gente scappa, cade, inciampa, si nasconde inseguita dai tori pronti a incornare e calpestare chiunque arrivi alla loro portata. La corsa termina alla Plaza de toros dove vengono rinchiusi in attesa della corrida della sera. Il bilancio della corsa vede sempre le ambulanze sfrecciare a tutta velocità verso l'ospedale, in quanto le ferite da incornata sono all'ordine del giorno: nasi rotti, punti di sutura, stomaci aperti sono il bilancio di ogni mattinata. Chi non corre si limita a guardare da sopra le palizzate che delimitano il percorso, dalle finestre e dai balconi noleggiati a prezzi altissimi. Per poter vedere la corsa occorre passare la notte nella calle per tenere il posto.
La domanda è: dove finisce la tradizione e dove inizia la barbarie? Personalmente, io capisco i sostenitori delle usanze locali, soprattutto di quelle basche, ma non riesco a sopportare l'Encierro. La corrida è già abbastanza barbara, ma a Pamplona esagerano...correre davanti a quattro tori drogati con il rischio di finire incornati: perchè? Qualche anno fa anch'io pensavo, come Hemingway, che tutto ciò fosse una prova di coraggio fantastica e non dovesse sparire; oggi comprendo che il grado di civiltà di una società si misura anche dal rispetto che essa ha per le creature più deboli, gli animali. Basta alla corrida e all'Encierro!

mercoledì, luglio 07, 2004
E così la Grecia ha vinto il Campionato Europeo 2004...un solo commento: mah. A parer mio, il successo dei greci è dovuto a due fattori principali: il loro non-gioco, che sposta il discorso tattico indietro di 40 anni, e lo stato di forma penoso in cui si sono presentate molte delle squadre favorite. Rehhagel è un tecnico valido, non un fenomeno, però è bravo a sfruttare le risorse a sua disposizione; dopo due sconfitte nelle prime due partite delle qualificazioni, ha capito che con gente del livello di Katsouranis, Dellas e Zagorakis c'era poco da fare. Il buon Otto ha così scelto la sua linea catenacciara: fuori gli elementi di maggior tasso tecnico e personalità (Georgatos, Zikos, finalista di Cahmpion's col Monaco, Machlas, Anastasiou, campione d'Olanda con l'Ajax, Liberopoulos e tutto il blocco dell'Olympiakos, campione di Grecia da anni), bravini coi piedi ma troppo "ingombranti" e inadatti al gioco pensato dal ct tedesco, e dentro tutti quei giocatori desiderosi di rivalsa, atleticamente dotati e bravi più a distruggere che a costruire. Su quest'impianto Rehhagel ha costruito una squadra pratica, assolutamente priva di fronzoli e di giocatori belli a vedersi (Nikolaidis e Tsartas, gli unici tecnicamente buoni, erano panchinari durante gli Europei), in grado però di correre per 120 minuti e di mettere in difficoltà gli avversari col pressing e i continui raddoppi. Il vero colpo di genio del ct sono state però le marcature a uomo: Katsouranis sul trequartista, Seitaridis e Fyssas sulle ali, Kapsis sulla punta e Dellas libero hanno formato una cerniera difensiva davvero insuperabile. Le squadre europee, infatti, non sono più abituate a giocare contro avversari così schierati e ne hanno pagato lo scotto. A nulla è valso lo schema che ora va per la maggiore, il 4-2-3-1 di scuola spagnola: la Grecia ha dimostrato che il vecchio gioco all'italiana è antispettacolare al massimo, ma anche tremendamente redditizio. Resto comunque convinto che una Francia in forma, una Spagna meno disattenta in difesa, una Repubblica Ceca più concreta e un Portogallo meno emozionato avrebbero avuto facilmente ragione dei greci. E qui torniamo al secondo punto iniziale, ovvero lo stato pietoso in cui molte squadre favorite si sono presentate a Euro 2004. La Spagna, partita come sempre per spaccare il mondo, si è dovuta confrontare con un Raul impresentabile, un Morientes sfinito dalla Champion's, un portiere sopravvalutato e una difesa indecente, oltre che con le solite divisoni interne; Saez ha pagato il fatto di essersi lasciato condizonare dalla stampa madridista al momento delle convocazioni ed è giustamente uscito. La prossima volta impareranno a lasciare a casa Asier Del Horno per portare l'inguardabile Raul Bravo. La Francia è giunta alla conclusione di un ciclo: ha cambiato per finta dopo il disastro coreano ed è tornata a casa molto presto. L'Olanda è andata avanti con pochi meriti, mal guidata in panchina da Advocaat, e la sua eliminazione è stata sacrosanta; molto meglio l'Inghilterra (se Rooney non si fosse infortunato...), mentre la Germania è spaventosamente priva di talenti e poteva fare ben poco. No comment sull'Italia, afossata non solo dallo sputo di Totti, mentre il miglior calcio è stato senza dubbio quello espresso da Portogallo e Repubblica Ceca, la squadra più forte vista nel torneo. Il miglior giocatore per me è stato Milan Baros; il mio undici ideale del torneo è questo (4-4-2): Buffon; Jankulovsky, Stam, Ujfalusi, Seitaridis; Nedved, Lampard, Maniche, C.Ronaldo; Baros, Van Nistelrooy. Della Grecia campione credo che il solo Seitaridis abbia una certa caratuta internazionale, mentre calciatori come Katsouranis e Zagorakis (eletto incredibilmente miglior giocatore del torneo), quando il prossimo anno saranno nel campionato italiano e dovranno giocare in manier decente (e non solo picchiare come fabbri), secondo me faranno flop. In ogni caso, nel vedere chi è arrivato in fondo crescono i rimpianti: con giocatori motivati e un ct meno rincoglionito adesso potremmo essere a festeggiare...
Zagorakis, MVP di Euro 2004 (Oh Cristo...).
Molte persone sanno che il capocannoniere della Liga spagnola viene chiamato pichichi (pronuncia: picici), ma forse non tutti conoscono l'origine di questo appellativo. "Pichichi" era il soprannome di Rafael Moreno Aranzadi (nato a Bilbao l'8 agosto 1892), glorioso attaccante degli albori dell'Athletic; da piccolo, Rafael era esile e minuto, cosìcchè gli venne affibbiato quel soprannome un pò sprezzante, proprio come succederà a Garrincha (la garrincha è un uccellino brasiliano sgraziato e un pò inutile). Anche Pichichi smentì tutti i suoi detrattori con il passare del tempo, e, a soli 19 anni, nel 1911, fece il suo esordio con la maglia dell'Athletic. Giocava da interno con il Metodo, ovvero era un attaccante vero e proprio; rispetto alle partitelle di gioventù, Rafael era divenuto un calciatore forte e robusto, che faceva della potenza (aveva un tiro devastante) e dell'ottima velocità di base le armi preferite per scardinare le difese avversarie. Guidato dalle valanghe di reti di Pichichi, l'Athletic conquistò quattro Coppe di Spagna (il campionato ancora non esisteva), nel 1914, 1915, 1916 e 1921: Rafael, che scendeva sempre in campo con un cappellino bianco, era ormai il vero simbolo della squadra e di tutto il calcio spagnolo. Ritiratosi dopo la vittoria della quarta Coppa, Pichichi venne colpito l'anno successivo da una malattia terribile, il tifo, che lo portò a morire il 1 marzo del 1922. Lo sgomento in tutta la Spagna fu così grande che venne deciso di intitolare a lui il trofeo che premia il capocannoniere iberico. L'Athletic omaggiò il suo campione con la costruzione di un busto commemorativo fuori dallo stadio a cui, ancora oggi, chi esordisce al San Mamés fa una tradizionale offerta. Tra i molti record di Pichichi, bisogna ricordare l'onore di aver segnato il primo gol nello stadio dell'Athletic, il 21 agosto 1913; non per nulla, proprio una delle vie vicine al San Mamés si chiama Kalea (o calle, in spagnolo) Pichichi.


“Mio nonno l’ha visto giocare molte volte, il Pichichi”, disse il ragazzo seduto sullo sgabello. “Tutto lo stadio faceva silenzio, quando gli arrivava la palla. Quando arrivava palla al Pichichi, c’era questo grande squarcio di silenzio, e poi lui segnava e lo stadio esplodeva".